Ricordi di transumanza 
mercoledì 18 settembre 2013
La transumanza nel racconto dei protagonisti. “Sem’ partit’ merculedì a sera da Camp’ Mariniell’; muntagna muntagna, sem’ arrivat’ a Quercia gliu monac’... Giuvedì sem’ partit’ da Quercia gliu monac’ e c’ sem’ mess’ strad’ strad’ fin’ alla Madonn’ dell’ macchie, in copp’ a Pasten’… Sabat’ da Falvater’ sem’ sces’ a Sant Catall’ e sem’ proseguit’ fin’ alla Mel’fa, sott’ a Roccasecc’... La ser’ sem’ salit’ in cim’ a Coll’ San Magn’ e dop’ c’ sem’ trasferit’ a T’rella”. Così Luigi di Girolamo, un allevatore residente a Campo Marinello, località nel territorio di Monte San Biagio tra le montagne sovrastanti la piana di Fondi, sintetizza il viaggio di tre giorni e quattro notti che all’inizio di ogni estate intraprende insieme ai suoi familiari per
trasferire la propria mandria di bovini dalle assolate alture che si affacciano sul mare del litorale pontino ai freschi monti della Ciociaria alla ricerca di verdi pascoli per il suo bestiame.
Sono quattro generazioni che il suono dei campanacci appesi al collo delle vacche accompagna i Di Girolamo nel tragitto dai Monti Ausoni a Terelle, transitando via via per Lenola-Pastena-Falvaterra-San Giovanni Incarico-Roccasecca e Colle San Magno: iniziò il bisnonno di Luigi, Vincenzo; poi tocco a suo nonno Gregorio, quindi a suo padre Pasquale. Con ogni probabilità dopo di lui perpetuerà questa tradizione il figlio Amedeo, e “Se ce n’e tè’ “ – tiene a precisare l’anziano allevatore -, il nipotino Andrea.
Da tanti anni, i Di Girolamo sono protagonisti di un particolare modello di
cultura pastorale, conosciuto con il nome di transumanza; vale a dire, la forma più antica usata nell’allevamento per spostare i capi di bestiame dai pascoli invernali a quelli estivi.
E, la loro vicenda è una testimonianza di come gli usi e costumi di una volta possano convivere con i moderni stili di vita. Certo, i sacrifici da sopportare sono tanti (più di qualche allevatore ha optato per l’utizzo di autocarri per il trasporto del bestiame); ma Luigi è fermamente intenzionato a continuare nel segno dell’antica tradizione. Dipendesse esclusivamente dalla propria volontà (non a caso, ama ripetere: “se Dio vò’ “) anche nelle estati a venire compirà il
tragitto dalle montagne che si affacciano sul Tirreno a monte Cairo a piedi, in coda alla propria mandria, calzando le caratteristiche ciocie.
Nella campagna roccaseccana nei pressi del fiume Melfa, luogo scelto per una delle quattro-cinque soste dell’intero percorso, l’allevatore accetta di buon grado di raccontare la sua transumanza.
Ci spiega che, in genere, si parte prima della fine di maggio (al massimo entro i primi di giugno). Sono necessarie tre o quattro giornate per compiere i circa sessanta chilometri da coprire per giungere a destinazione. Si percorrono dai dieci ai quindici chilometri al giorno, a seconda se si lascino o meno
pascolare gli animali lungo il percorso. La notte, durante il viaggio, si dorme all’aperto. Si sosta in luoghi che oramai, con il passare degli anni, sono divenuti fissi. Talvolta si viene ospitati da qualche contadino che ha la casa lì vicino; il quale acconsente volentieri a far montare i recinti sul proprio terreno, così quando alla mattina si riparte si ritrova la terra bell’e concimata.
Con queste persone si è stretto oramai amicizia; cosicché, in cambio dell’alloggio a fine estate, quando si ripassa, gli si lascia qualche
forma di formaggio. La prima occupazione, una volta giunti a destinazione è quella di riparare l’abitazione che li ospiterà per l’intera stagione estiva, da eventuali danni provocati dal maltempo l’inverno precedente. Il lavoro estivo, in genere, è meno faticoso rispetto a quello della restante parte dell’anno: la mattina presto si munge e si fa il formaggio, poi si portano le bestie al pascolo; la sera, al rientro, gli animali si mungono nuovamente e si fa dell’altro formaggio.
D’estate, un paio di uomini, debitamente aiutati dai cani, possono tenere a bada un’intera mandria. In montagna, l’unica paura è rappresentata dai lupi; questi, benché assalgano il bestiame solo se affamati, rappresentano un serio pericolo per i vitelli. Non a caso uno degli argomenti di conversazione con gli altri allevatori presenti sul posto verte sull’eventuale recente avvistamento di lupi in zona, e sui conseguenti danni causati da un loro attacco.
Si va avanti così per
tutta la stagione estiva, sino ai primi di ottobre, quando ci si prepara ad affrontare il percorso inverso.
La stagione estiva appena trascorsa, di contro, ha rappresentato una sorta di spartiacque storico per Donato Stracqualursi, un pastore di San Giovanni Incarico che da circa trent’anni, all’inizio di ogni estate, trasferisce il proprio gregge dalle assolate pianure della media Valle del Liri alle fresche montagne dell’Abruzzo, alla ricerca di verdi pascoli per le sue pecore.
Il Duemilatredici sarà un anno da ricordare perché, per la prima volta il pastore non ha compiuto a piedi, alla testa del proprio gregge, come consuetudine, il tragitto da San Giovanni Incarico a Pescasseroli; quest’anno ha fatto caricare su due camion con rimorchio tutto il suo bestiame, e si è accomodato nella cabina del primo veicolo pesante accanto all’autista. La colonna sonora di questo viaggio, non è stato il “dlen-dlen” dei
campanacci appesi al collo delle pecore; ma qualche colpo di clacson dei mezzi pesanti su cui venivano trasportati i suoi animali. Senza saperlo, per tanti anni, Donato è stato protagonista di un particolare modello di cultura pastorale, conosciuto con il nome di transumanza.
E, sebbene lo ignori, lui e la sua vicenda sono un’ulteriore testimonianza di come i nuovi stili di vita, ci stiano allontanando sempre più
dagli usi e costumi di una volta. D’ora in avanti, per il pastore, ‘convertitosi’ ad una sorta di transumanza motorizzata, la migrazione a piedi dalla Ciociaria all’Abruzzo (e viceversa) continuerà a vivere solo nei ricordi. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Marcello Gelfusa - vedi tutti gli articoli di
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